Nils Petter Molvaer
Osservare il palco ancora vuoto, in attesa del trombettista norvegese e della sua band, è come aggirarsi in una sala regia, o in una cabina di pilotaggio. Manopole, bottoni, pedali, rack, piccoli schermi, equalizzatori grafici affollano, sovrapposti, affiancati e pigiati l’un l’altro, le postazioni di ognuno dei musicisti. Neanche Rune Arnesen, il batterista, pare allontanarsi da quest’ottica disordinata, posizionando piatti e tamburi in maniera apparentemente casuale. Il microfono del leader, poi, è praticamente circondato da ammennicoli i più vari, tra i quali spicca un bauletto metallico zeppo di misteriose componenti. Quando i cinque entrano in scena, il locale è quasi vuoto, né si riempirà col tempo. È un peccato, ma il fatto pare non disturbare i musicisti, che iniziano tranquillamente ad accarezzare i propri strumenti, per diversi minuti, e ognuno di loro sembra preso esclusivamente dai propri aggeggini, non curante del resto. Ciò nonostante, la risultante musicale assume sempre più senso, rivelando nessi tra i diversi interventi a primo acchito inaspettati. Molvaer, intanto, si rivela sempre più avaro nei suoi assoli, nelle sue interpolazioni: la sua partecipazione al flusso elettronico-musicale è minima, un gruzzolo di note ogni tanto e nulla più. L’assunzione di un ruolo più sommesso rispetto alla spudorata sicurezza di cui la tromba è simbolo (per dirlo con le parole di Geoff Dyer) trova nell’esecuzione dal vivo la sua manifestazione più concreta. Del resto, nessuno dei suoi accompagnatori opera in maniera invasiva nello sviluppo dei pezzi; al contrario, essi compongono sul momento, con gesti leggeri, impercettibili, una corrente sonora che pare andare da sé, senza comandi e senza timoni. Questo è senza dubbio il tratto più seducente del set proposto, e, in fondo, dell’intero lavoro di Nils Petter Molvaer: l’uso dell’elettronica come riflesso di un atteggiamento imperturbabile e, al contempo, permeabile e attento a tutto quello che accade all’esterno. Così, facendosi suggestiva, atmosferica, dilatata, la musica rievoca in tutti i modi possibili lo scenario esterno, urbano e meticcio, ma anche gelido e uniforme come i luoghi di provenienza dei cinque.
Conclusa la lunga elaborazione iniziale, Frozen solleva la dinamica ritmica e l’effervescenza asimettrica di Arnesen; Softer, invece, restituisce al leader la presenza catalizzatrice e la regia del lento incedere sonoro. Il suo timbro nasce morbido e flessuoso, ma sa allontanarsi drasticamente dal punto di partenza, attraversando il filtro di riverberi, chorus, delay e disparate alchimie. Un numero infinito di microvariazioni, quindi, è la cifra estetica del suo lavoro. Microvariazioni quasi sempre intriganti, a volte ammalianti, ma a tratti anche vacue e annunciate. Tanto che il pubblico accoglie con un pizzico di sollievo la linea vocale di Only These Things Count, cantata con un timbro placido ma calamitico da Jan Bang (samples e drum-machine). Nel finale gli scratch e i tasselli inseriti da Dj Strangefruit si fanno più ossessivi, e questo conduce tutti gli strumentisti a imprimere maggiore spinta alla materia musicale. Perfino Molvaer si concede frasi più lunghe di una battuta - una vera rarità per la serata -. Dopo la canonica presentazione della band, gli applausi conclusivi e l’abbandono del palco, la richiesta di bis è alquanto imbolsita (l’ora tarda e il numero esiguo di spettatori non permettono niente di meglio). Tuttavia, la mole massiccia del trombettista compare nuovamente in scena, salutando la platea a suo modo, con un solo appena appena più sciolto, molto apprezzato dai presenti. Quello di Nils Petter Molvaer è uno spettacolo ipnotico, cioè: non è il futuro, non è avanguardistico e non è sempre brillante, ma rappresenta un’affascinante esperienza d’ascolto.
(Gianpaolo Chiriacò)




















