Il numero tredici ha portato bene a questa edizione di Umbria Jazz Winter che ha chiuso i battenti con una grossa affluenza di pubblico (più di cinquantamila presenze). Assai vario il cartellone che, come sempre, ha saputo accontentare anche i gusti degli appassionati di gospel, blues, soul e r&b, con un occhio - e, soprattutto, con il cuore - rivolto ai musicisti di New Orleans, rimasti senza strumento e senza lavoro dopo le devastazioni del recente uragano Katrina, ai quali sono stati devoluti totalmente i proventi ricavati dalla vendita della felpa della rassegna. Tra gli avvenimenti principali del festival, hanno avuto una parte di rilievo gli omaggi a importanti figure della storia del jazz, cominciando dal leggendario chitarrista Django Reinhardt, protagonista delle due serate iniziali al Teatro Mancinelli.

A celebrare il grande musicista sono stati chiamati gli ottimi Biréli Lagrène e Christian Escoudé, chitarristi che da sempre portano nel cuore la lezione di Django.

In due distinte serate i due hanno radunato una nutrita schiera di prestigiosi ospiti, fra i quali si sono messi in notevole evidenza i colleghi Martin Taylor, Stochelo Rosenberg e Angelo Debarre, i preziosi apporti di Didier Lockwood al violino, con il quale si sono respirate le atmosfere del famoso quintetto dell’Hot Club de France, e ancora la fisarmonica di Marcel Azzola. Durante i due concerti, noti standard come Indiana, All Of Me, What Is This Thing Called Love, Sweet Georgia Brown, si sono alternati a composizioni dello stesso Reinhardt quali l’immancabile Nuages, Manoir des mes reves, Blues For Ike e una conclusiva Minor Swing veicolo per una jam session collettiva.

Ancora un omaggio da parte di una chitarra, quella di John Scofield, a un grande personaggio quale Ray Charles, attraverso le classiche Night Time Is The Right Time, Georgia On My Mind, I Got A Woman, What I’d Say ed altre hit che, a differenza delle versioni recentemente registrate nell’omonimo cd tributo, piuttosto deludenti nonostante il massiccio cast di pregevoli ospiti, hanno decisamente convinto, con sonorità e ritmi stile funk-boogaloo, e grazie all’apporto di un semplice quartetto, nel quale svettava l’organista Hammond Gary Versace, e soprattutto la voce di Dean Bowman che ricordava non poco il grande Genius.

Invitato come resident artist, il vibrafonista Joe Locke, oggigiorno uno degli uomini di punta di questo strumento, ha dimostrato nella settimana orvietana di saper aggiungere alla lezione dei grandi capiscuola farina del suo sacco, sia nel concerto omaggio alla figura del maestro Milt Jackson – dove ha proposto un repertorio fatto perlopiù da standard – che in compagnia del giovane sassofonista Francesco Cafiso, dove invece ha proposto sue composizioni, fra le quali meritano di essere ricordate almeno K-Man Crew e Smoke And Mirrors, assieme a una bella rivisitazione di Both Sides Now di Joni Mitchell. In questo contesto, supportato a meraviglia dalla ritmica di gran livello formata da George Mraz al contrabbasso e Lewis Nash alla batteria, anche Cafiso ha dato prova di grande bravura e professionalità, leggendo e interpretando le composizioni di Locke in maniera ineccepibile. Il giovane sassofonista, inoltre, nella serata conclusiva della rassegna, ha riproposto il concerto dedicato ai celeberrimi brani che Charlie Parker incise nell’album with strings, accompagnato dal suo consolidato quartetto e dagli archi dei Solisti di Perugia. Il concerto, già eseguito lo scorso luglio e fissato su disco, è stato anche l’occasione per presentare la neonata etichetta Umbria Jazz Records, per la quale è stato pubblicato.
Fra le novità del festival, va senz’altro segnalato il trio del giovane arpista di origine colombiana Edmar Castaneda, che ha impressionato il sempre folto pubblico presente a ogni sua esibizione, per l’uso di questo inconsueto strumento in un contesto dai forti aromi latin-jazz, per il buon livello compositivo e per l’eccellente fraseggio jazzistico.
Diversamente, il pianista Robert Glasper, nuovo rampollo di casa Blue Note, alla testa del suo trio non ha lasciato segni particolari nel corso delle sue performance, fatte in gran parte di composizioni originali, in uno stile che si ispira al ben più profondo Andrew Hill, sicuramente con maggiore tecnica ma con molte meno idee.

Molto interessanti sono state poi le esibizioni del quintetto del sassofonista Soweto Kinch, arricchito dalla presenza del trombettista Abram Wilson, giovani leoni della scena nu jazz britannica, la cui musica stradaiola fonde con intelligenza e gusto il jazz e l’hip hop.
Fra gli artisti italiani da tenere assolutamente d’occhio da segnalare gli ottimi pianisti Claudio Filippini e Giovanni Guidi, che si sono fatti apprezzare durante le loro performance mattutine al Museo Greco; fra le conferme, il trio del “poeta della tastiera” Renato Sellani e il quintetto High Five (che avrebbe meritato una maggiore visibilità) guidato dalla tromba di Fabrizio Bosso e il sax tenore di Daniele Scannapieco. Anche il batterista/percussionista Giampaolo Ascolese ha riscosso un largo consenso tra il pubblico con il suo brillante lavoro multimediale “Let It Be…atles” - in collaborazione con il Laboratorio Teatro Orvieto - dedicato alla figura dei Beatles nel contesto storico artistico e sociale degli anni Sessanta.
Soddisfatti anche gli spettatori più desiderosi di muoversi al ritmo della musica afro-americana, grazie alla marching band Algiers di New Orleans, il potente gruppo cubano diretto dal percussionista Giovanni Hidalgo e altri gruppi di musica soul e r.&b., fra i quali il sempre richiestissimo Gary Brown.
(di Matteo Piazza. Foto di Alessia Scali)